Beatrice d’Este


La femme fatale (in tutti i sensi)

del Rinascimento italiano

Soprannominata Sternit (lett. Abatte) per via del suo carattere turbolento, ma anche in virtù della capacità di conquistarsi il trono abbattendo ogni ostacolo, fu definita dall’imperatore Massimiliano I d’Asburgo principatus socia del marito, ossia la sua collaboratrice di governo. Non vi fu persona ch’ella non meravigliasse con le sue bizzarrie e la sua esuberanza: uomo mancato, spirito ribelle, si distinse per una propensione verso l’azione e le armi, e in un’altra vita sarebbe certamente divenuta un grande condottiero. Nella sua, invece, dovette accontentarsi di un più modesto ruolo di donna, i cui confini riuscì comunque a travalicare fino a lasciare il suo segno indelebile nella Storia.

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Vita e passioni di una duchessa

Ne aveva fatta di strada Beatrice, dalla quindicenne timida, che non osava neppure guardare negli occhi il marito, alla ventenne seducente e sicura di sé, capace di tenere in scacco re e imperatori. Una metamorfosi che meraviglia tutti gli storici...


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L’avventura di Novara

Quando Luigi d’Orléans l'aveva conosciuta, la duchessa Beatrice gli era piaciuta subito, tanto che aveva voluto baciarla sulla bocca, secondo l'usanza francese, e le aveva chiesto di ballare. I rapporti fra i due si erano poi mantenuti estremamente galanti, con frequenti scambi di regali accompagnati da bigliettini affettuosi. Solo formalità? Chissà. Certo è che all'epoca l'Orleans non poteva immaginare che proprio lei, Beatrice, sarebbe stata causa della più cocente umiliazione della sua vita.

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Ultime scoperte

dalle fonti

Prossimamente...

Beatrice annuncia agli oratori deputati dalla Signoria l’imminente discesa di Carlo VIII in Italia, Venezia, 30 maggio 1493 (IA Microsoft)

Com’era Beatrice?



I contemporanei non ci dicono molto sul suo aspetto fisico: i ferraresi, avvezzi a tratti ben più settentrionali, la considerano una bambina bruttina. L'unico a cui pare bellissima è invero il nonno, re Ferrante d'Aragona, tanto innamorato di questa sua nipotina da volerla tenere con sé a ogni costo. "De zentile aspecto e piacevole" la dice il cronista Bernardino Zambotti nel 1485, ma ha soltanto dieci anni. L'ambasciatore Giacomo Trotti, non molto lusinghiero, nel 1491 la descrive "picchola di persona, ma grossa e grassa". Un giudizio troppo duro, considerato che ha solo quindici anni e che non è ancora del tutto sviluppata.


Crescendo, Beatrice si libera delle impacciate forme da adolescente, si fa donna: quel "grasso" si converte in un seno generoso, ch'ella si compiace di mettere maliziosamente in risalto, in fianchi larghi e in una vita stretta che non l'abbandonerà neppure in seguito alle due gravidanze. Tutti i ritratti, infatti, ce la mostrano molto ben proporzionata, quantunque bassina. «In giovanile età, bella e di colori corvini», la presenta il cronista Francesco Muralto. L'unica che osa chiamarla grassa, a quel punto, è la non poco invidiosa sorella Isabella d'Este, non sapendo tuttavia che, in quel tempo, Beatrice è già incinta di quattro o cinque mesi.



Avviso: questo sito sfrutta soprattutto immagini fittizie in IA create appositamente allo scopo. Per i ritratti storici reali visitare Wikimedia Comune o il nostro profilo Pinterest.

Beatrice a caccia di cinghiali (IA Microsoft)

Il viso si trasforma poco: restano le tonde guance aragonesi, che tanto facevano impazzire il nonno Ferrante, compensate però da un delizioso nasino leggermente all'insù. Si può convenire, infatti, che Beatrice non paia attraente se vista di frontale, ma che abbia veramente un bellissimo profilo. Ma per sedurre ella non punta tanto sull'aspetto, quanto sul carattere e sul vestiario: è una sagace politica (tratto che affascinerà l'imperatore Massimiliano), si interessa di arti sia più propriamente maschili (l'equitazione, la caccia, la guerra...), che più propriamente femminili (la musica, la poesia, il cucito, la danza...). Come tutte le donne, le piace essere corteggiata e trattata da regina, e da regina la tratta invero il marito, Ludovico il Moro, che non le fa mai mancare nulla.


È irriflessiva, violenta, senza paura: non esita a porsi in pericolo di vita, se la situazione lo richiede; sa usare il pugnale e la balestra, affronta cervi, lupi e cinghiali inferociti, e si conosce addirittura un episodio per cui fa quasi a botte con delle popolane al mercato. A botte fa sicuramente una volta, con la cugina e acerrima nemica Isabella d'Aragona, che finisce gettata a terra. Ma l'evento più eccezionale è forse che, da donna, Beatrice riesce a confondere e a respingere le truppe nemiche del duca d'Orleans, in procinto d'assediare Milano. Se fosse nata maschio, con quel caratterino, non dubitiamo sarebbe diventata un grande condottiero, oltreché l'erede al ducato di Ferrara. Invece nacque femmina, con sommo dispiacere del padre Ercole, e dovette accontentarsi, suo malgrado, di un ruolo assai più marginale.



Corteggiamenti galanti...

I francesi si resero famosi in Italia tanto per il modo spietato di condurre le guerre, quanto per l'attrazione a dir poco ossessiva nei confronti delle donne. Ciò ebbe ben modo di sperimentarlo la duchessa di Milano Beatrice d'Este (1475-1497) nell'ambito della prima calata dei francesi in Italia (1494-1495).

Beatrice non era bellissima, ma aveva due qualità che solitamente fanno impazzire gli uomini: un grazioso nasino all'insù e un seno prosperoso che le piaceva mettere in mostra attraverso scollature notevoli per quell'epoca. "Coquette", ossia civettuola, e "charmante", affascinante, la definiscono due storici francesi. E poi era allegra, esuberante, scatenata: basti pensare ch'era solita - così pare - montare a cavalcioni come un uomo, e non all'amazzone secondo l'uso prescritto alle donne.


Proprio quest'ultimo aspetto, l'abilità nel cavalcare, come del resto l'eleganza nel vestire e la grazia nel danzare, colpirono i visitatori (o invasori) francesi. Più colpito di tutti ne rimase lo stesso re Carlo VIII (1470-1498), il quale - come scrisse Beatrice alla sorella - "volse vedere balare de le done mie et poi me, et se ne prese singulare ricreatione". Egli volle baciare sulla bocca - secondo l'uso francese - la duchessa e tutte le ottanta bellissime damigelle del suo seguito; poi, con la scusa di mostrare alla moglie il vestiario della duchessa, ne richiese un ritratto, procurando personalmente il pittore (Jean Perréal) e una ventina di camore (abiti) per vedere quale stesse meglio indosso a Beatrice, la quale era - a detta di un cortigiano - "più bella che la fusse may". E pensava ancora a lei l'anno seguente, quando, desiderando conoscere la marchesa Isabella d'Este (sua sorella), volle sapere se fosse bella quanto lei.


Beatrice a Venezia, 1493. Episodio del rubino. (IA Microsoft)

Nell'immagine: a sinistra, Beatrice dipinta da Francesco Podesti, 1846; a destra, a partire dall'alto: miniatura di Luigi d'Orleans nel 1498; copia XVI secolo di un ritratto di Carlo VIII; Massimiliano I d'Asburgo ritratto da Henri Leys, XIX secolo; ritratto di Ludovico il Moro.

Ciò non sorprenda, poiché era un inguaribile donnaiolo, e si portava dietro un album contenente i ritratti licenziosi di tutte le proprie amanti: scrive Girolamo Priuli che, nel tornare in Francia, il venticinquenne Carlo fu assaltato dal "mal di costa [...] per il gran coyto" di quei mesi; e aggiunge che era annoverato fra i più lascivi uomini di Francia, che "quando havea usato cum una, piuj di quela non si curava", e sebbene badasse a non toccare le mogli altrui, qualche volta aveva "usato etiam tyrania di prender le vergine et le moglier de alttri, quanto la belleza li delectava".


Per inverso, Carlo era - diremmo noi - brutto come la fame: il naso grosso e curvo, la testa sproporzionata, le gambe piccole e storte, la bocca sempre aperta e un incessante tremore nelle mani; non aveva alcuna bellezza nel corpo, se non forse una certa nobiltà nello sguardo. A suo confronto il cugino Luigi d'Orleans (il futuro Luigi XII, 1462-1515), coi suoi begli occhi azzurri, sembrava un adone, tanto che Sanudo lo descrive "bello, allegro, più presto grande che picolo, savio et prudente", inoltre infaticabile, appassionato di caccia e pratico nelle giostre. Quest'ultimo ebbe per primo l'onore di baciare in bocca la duchessa, poiché per primo era giunto nel milanese con le avanguardie dell'esercito, non potendo ancora immaginare che, di lì a pochi mesi, proprio lei, Beatrice, gli avrebbe inflitto la più cocente umiliazione della sua vita. Intanto, però, i loro rapporti si mantenevano estremamente galanti, e i due si scambiavano di frequente regali accompagnati da bigliettini affettuosi.


Che ne pensava il marito, Ludovico il Moro (1452-1508), di tutto questo? Egli non se ne mostrava geloso, anzi sfruttava il fascino della moglie per tenersi buoni i francesi, ma fino ad un certo punto. Ad Asti infatti Beatrice trovò un corteggiatore ben più accanito: il bellissimo sire di Beauveau, "il più propenso a farsi rapidamente amare dalle donne", che palesava un eccessivo "entusiasmo" nei suoi confronti e "aveva l'audacia di voler compiacere la principessa". Così almeno leggiamo nei settecenteschi "Anecdotes secretes des règnes de Charles VIII et de Louis XII", dove è scritto anche che Ludovico, offeso dalle assiduità del cavaliere, e capendo che i francesi erano intenzionati a togliergli "la gloire" (l'onore), "si congedò dal re, e si ritirò in un castello a due passi da Asti, dove ogni giorno il Consiglio del Re andava a trovarlo".


Il castello sarebbe Annone, mentre il corteggiatore doveva verosimilmente essere Bertrando di Beauvau, condottiero francese morto nel luglio 1495 durante la strenua difesa di Napoli. L'episodio non risulta da altre fonti, tuttavia la cronaca coeva di Marin Sanudo ci conferma che in effetti Ludovico, approfittando d'una improvvisa malattia di re Carlo, rimandò immediatamente la moglie a Milano e ciò, a chi li conosca, appare assurdo, poiché i due coniugi erano uniti come pochi e non si separavano praticamente mai. Poco dopo però il cronista si contraddice e scrive che Ludovico ogni giorno si recava ad Asti in visita al re, ma la notte andava a dormire ad Annone dove stava la moglie: com'è evidente la situazione appariva confusa già agli stessi contemporanei.


Bertrand di Beauvau saluta la duchessa Beatrice con un bacio alla francese (sulle labbra) alla presenza del marito Ludovico il Moro. (IA Microsoft)

Incontro tra Beatrice e l’imperatore Massimiliano sulle Alpi (IA Microsoft)

Terminata l'avventura francese, l'anno seguente Beatrice ebbe modo di conoscere l'imperatore Massimiliano I d'Asburgo in un incontro semi-politico tenutosi sulle Alpi a Malles. L'imperatore non era bello, con quel tal naso, ma aveva un'aria da furbastro ed era parecchio galante. Egli volle che Beatrice sedesse a tavola fra sé e il marito e arrivò a tagliarle personalmente le pietanze nel piatto. Pare che ne fosse rimasto anche particolarmente affascinato, tanto che il Sanudo scrisse che "a contemplation di la duchessa de Milano" (cioè per volontà di lei, o piuttosto per desiderio di rivederla) Massimiliano passò "quel monte sì aspro" e in maniera del tutto informale, senza alcuna pompa, venne a Vigevano, dove si trattenne per qualche tempo in rapporti estremamente amichevoli coi duchi.


Pochi mesi dopo, quando Beatrice morì ancor giovanissima, Massimiliano scrisse una commovente lettera di condoglianze al Moro, nella quale lamenta la perdita di "una congiunta tra le altre principesse a noi carissima" e ne rammenta le innumerevoli virtù. Virtù delle quali non è possibile dubitare poiché, a onta delle libertà nel vestire e nel rapportarsi con gli uomini, Beatrice mantenne sempre fama d'integerrima onestà, tanto più notevole se consideriamo che tutte le sue parenti furono invece accusate d'aver avuto amanti, compresa la madre Eleonora d'Aragona e la sorella Isabella d'Este. Difatti il compito d'intrattenere sessualmente i sovrani stranieri era delegato ad apposite cortigiane facenti parte del suo seguito, mentre tutti i suoi corteggiamenti si fermavano ad un ambito puramente cavalleresco.


FONTI

- Alessandro Luzio e Rodolfo Renier, Delle relazioni d'Isabella d'Este Gonzaga con Lodovico e Beatrice Sforza, Milano, Tipografia Bortolotti di Giuseppe Prato, 1890,;

- Marin Sanudo, La spedizione di Carlo VIII in Italia, Mancia del Commercio di M. Visentini, 1883, pp. 87 e 90;

- René Maulde-La-Clavière, Histoire de Loius XII: ptie. Louis d'Orléans;

- Alessandro Luzio, Isabella d'Este e i Borgia, Società storica lombarda, 1874, p. 485;

- Pierre de Lesconvel , Anecdotes secretes des règnes de Charles VIII et de Louis XII (Paris, 1711), p.50;

- Marin Sanudo, I diarii di Marino Sanuto, vol. 1, F. Visentini, 1879;

- Mémoire des princes angevins, bulletin annuel, numéro 7, Maison des sciences humaines de l'université d'Angers, 2010, pp. 27-28.




L’avventura di Novara...

Siamo nel 1495, le truppe francesi guidate da re Carlo VIII dilagano per l'Italia, volte alla conquista del regno di Napoli. Nel nord della penisola, intanto, Luigi d'Orléans, cugino del re, pensò anch'egli - in quanto discendente di una Visconti - di far valere i propri diritti sul ducato di Milano e l'11 giugno occupò con le proprie truppe la città di Novara, che gli si diede per tradimento.


Il vero duca Ludovico il Moro, senza più denaro per pagare l'esercito e con un popolo pressato dalle tasse che minacciava la rivolta, si lasciò prendere dal panico e meditò di abbandonare il ducato per rifugiarsi in Spagna. Ciò gli fu impedito, come scrive Bernardino Corio (1459-1519), dalla ferrea opposizione della giovane moglie Beatrice d'Este che, valorosa e caparbia, non avrebbe mai accettato l'umiliazione della fuga. Nel cifrario estense era, non a caso, soprannominata Sternit, cioè Abbatte, in riferimento alla capacità di conquistarsi il trono abbattendo ogni ostacolo.


Beatrice sul campo di Vigevano IA Microsoft)

Beatrice all’assedio di Novara (IA Microsoft)

Intanto l'Orléans era così vicino che, se avesse avanzato solo di cento passi, sarebbe entrato a Milano, poiché alcuni nobili milanesi si erano offerti d'introdurvelo. Ludovico non resse alla tensione e fu colpito, secondo il cronista Malipiero (1455-1513), da un ictus: "El Duca de Milan ha perso i sentimenti, se abandona sé mede[s]mo". Secondo lo storico Guicciardini (1483-1540), invece, la sua unica malattia era la paura.

Abbandonata anche dal padre Ercole d'Este - in combutta coi francesi - che non poté commuovere né con suppliche né con minacce, Beatrice non si perse d'animo ma, nominata governatrice di Milano dal marito, prese le necessarie misure di difesa, convocò il consiglio e si assicurò la fedeltà dei nobili milanesi, oltre a placare il popolo con uno sgravio delle tasse.

Ella dimostrò, in questa come in altre occasioni, una temerarietà non punto minore a quella dei suoi parenti maschi: la notte del 27 giugno si recò di persona al campo militare di Vigevano, nonostante il duca d'Orléans per tutto il giorno facesse scorrerie in quella zona, e lì provvide sia a supervisionare l'esercito, sia ad incitare i capitani al contrattacco. Ebbe successo: già il mattino seguente i capitani, fino ad allora esitanti, avanzarono schierati in ordine di battaglia, riuscendo a recuperare le posizioni perdute nei giorni precedenti.


L'opinione del Guicciardini è che se l'Orléans avesse tentato subito l'assalto, avrebbe preso Milano, poiché l'esercito era allo sbando e la difesa inconsistente; ma la dimostrazione di forza voluta da Beatrice valse evidentemente a confonderlo nel fargli credere le difese superiori a quel che erano, cosicché egli non osò tentare la sorte e si ritirò dentro Novara. L'esitazione gli fu fatale, poiché permise al comandante milanese di riorganizzare le truppe e cingerlo d'assedio.

La cosa fu però malvista dai soldati, i quali non comprendevano perché si fosse presentata in campo la moglie, mentre il marito restava al sicuro in castello e da lì faceva i suoi provvedimenti.

Commenta il cronista coevo Alessandro Salvago, in riferimento al Moro: «O poca gloria di un principe, al quale bisogna che la virtù di una donna gli doni il coraggio e gli faccia la guerra, per la salvezza del dominio!»


Soltanto ai primi di agosto Ludovico si recò al campo di Novara per discutere le manovre belliche e anche stavolta, non essendo esattamente un cuor di leone, volle avere la moglie al proprio fianco. Niccolò Lucaro, nel tesserne l'elogio funebre, dirà infatti: "costei era il sollievo dagli affanni dai quali [tu, Ludovico,] eri turbato fra le schiere dei soldati". Qui, nelle settimane che seguirono, le cronache descrivono Beatrice sempre presente ai consigli di guerra come alle trattative di pace, nonché mediatrice nei dissidi tra il marito e i sottoposti.


Francesco Gonzaga minaccia di chiudere la cognata Beatrice ne li forzieri. Episodio del campo di Novara (IA Microsoft)

Beatrice all’accampamento militare di Novara, 1495. (IA Microsoft)

All'interno di Novara serpeggiavano intanto carestia ed epidemie, lo stesso duca d'Orléans era ammalato di febbri malariche ma, pur di non arrendersi, ogni giorno incitava i propri uomini a resistere con la falsa promessa che il re sarebbe presto giunto coi soccorsi. Fu infine costretto a uscirne sconfitto su imposizione di re Carlo che, firmata la pace, faceva ritorno in Francia, e la sua impresa si risolse in un nulla di fatto.


Ludovico gioiva di tale successo, ma fu breve tripudio il suo: al principio del 1497, all'età di ventun anni, moriva di parto Beatrice, lasciandolo nella più nera disperazione. L'anno seguente passò di vita anche re Carlo e, non avendo figli, gli succedette il duca d'Orléans col nome di Luigi XII. Questi non aveva mai dimenticato l'umiliazione subita a Novara tre anni prima, cosicché subito decise d'intraprendere una seconda spedizione contro il duca di Milano. Ormai non c'era più la fiera Beatrice a fronteggiarlo e il nuovo re ebbe facile gioco sull'avvilito Moro, che dopo una fuga e un breve ritorno finì i suoi giorni prigioniero in Francia.


FONTI

- Julia Mary Cartwright, Beatrice d'Este, Duchessa di Milano, traduzione di A. G. C., Milano, Edizioni Cenobio, 1945;

- Marin Sanudo, La spedizione di Carlo VIII in Italia, Mancia del Commercio di M. Visentini, 1883;

- Annali veneti dall'anno 1457 al 1500, Domenico Malipiero, Francesco Longo (Senatore.), Agostino Sagredo, 1843;

- Bernardino Corio, L'Historia di Milano, Giorgio de' Cavalli, 1565;

- René Maulde-La-Clavière, Histoire de Louis XII, 1891;

- Achille Dina, Isabella d'Aragona Duchessa di Milano e di Bari, in Archivio Storico Lombardo, serie quinta, anno XLVIII.